La punta dell’iceberg

timetable

Alle 14.20 arrivo alla metro. Sono stanca, affamata, ho i capelli in disordine, il kajal sciolto intorno agli occhi e lo zaino pieno di libri e compiti da correggere. Assomiglio a un panda un po’ ingobbito ma a differenza del simpatico mammifero asiatico non faccio tenerezza, o forse sì, perché un trentenne si alza dalla panchina cedendomi il posto.
– Prego signora!
“Signora lo dici al soggetto di sesso femminile con cui hai in comune i genitori, ossia a tua sorella” penso e invece gli sorrido, lo ringrazio gentilmente e, calcolando che sono stanca, che la metro passerà se sono fortunata tra quindici minuti, che lo zaino pesa tanto e che forse è il caso che cominci a utilizzare una crema antirughe, mi accomodo accanto a una signora (una vera) e a un giovane che ascolta dell’heavy metal.
– Si spaccherà i timpani, osserva la signora indicando il giovane che indossa le cuffie.
– Contento lui, rispondo. Per oggi ho avuto la mia buona dose di adolescenti ribelli che si credono già adulti.
– Che lavoro fa? chiede la signora.
– Il panda, rispondo ma poiché non coglie l’ironia, aggiungo: “l’insegnante”.
– Ah! Beata lei che lavora solo 18 ore a settimana e ha tre mesi di vacanze!
– Ah! E se è per questo, lunedì sono pure rimasta a casa per l’allerta meteo!
– Infatti! risponde ringalluzzita la signora. Nipoteme non è andata a scuola e ‘a mamma, lei sì ca fatica, l’’a purtata ‘a casa mia. Meno male che è durata sule ‘na iurnat. ‘A fatt a fine re tracc!
– Pensi signora, che di ragazzi come ‘a nipote vost ne abbiamo 27, 28, a volte 30 in una sola aula. Un anno, quando lavoravo in un altro liceo, ne avevo addirittura 37! Facciamo lezione e allo stesso tempo vigiliamo su tutti perché, se succede qualcosa, simm pur l’urdeme lampione ‘e Foregrotta, ma siamo responsabili dei vostri ragazzi. È mai andata a scuola di sua nipote? Conosce le condizioni in cui versano gli edifici scolastici italiani? Diciamo pure ca s’arrecuerden ê tiempe de ‘e Burbune. Infine signora cara, finanche il mio salumiere e cito lui perché è una persona pratica e non ha nulla a che vedere con la scuola, sa che le ore di lezione sono 18 ma che a queste bisogna aggiungere consigli, collegi, correzioni, preparazioni, alternanza ecc. ecc. e che tra esami di stato, esami di riparazione, riunioni e collegi docenti, le ferie si concentrano per lo più dal 20 luglio al 31 agosto. Mi scusi signora, di solito rinuncio a rispondere a chi, come lei, vede solo la punta dell’iceberg del mio lavoro e non si accorge di quello che c’è sott’acqua, ma oggi proprio non ce la faccio. Oh! Ecco la metro! Iùstu iùstu!

 

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#rispettodeidocenti

prof armaturaIl giorno in cui ricevette il premio Nobel, Albert Camus lo dedicò al suo insegnante, un certo Louis Germain per aver stimolato la sua curiosità e averlo giudicato degno “di scoprire il mondo” incoraggiandolo a continuare gli studi. In passato l’insegnante ha sempre goduto di stima e di rispetto e ogni generazione ha tentato di sbocciare all’ombra di un maestro considerato esemplare. I tempi, però, sono cambiati. Non c’è più un sentimento di riguardo per la scuola perché non c’è più un sistema familiare valido ed efficace e un Paese che investa nell’istruzione. I genitori accusano i docenti di non saper mantenere l’ordine e di non saper farsi rispettare senza interrogarsi, dal canto loro, su un’educazione sempre più fallimentare. La figura del docente è contestata e la sua autorità indebolita al punto che spesso è necessario ricorrere alla Cassazione. A colpi di sentenza l’autorità dei docenti viene ristabilita e rispettata dai genitori e, talvolta, anche da alcuni presidi (teoricamente i primi a doverli difenderli sul posto di lavoro). Eppure non dovrebbe essere una sentenza della Cassazione o l’indignazione per un inaccettabile video divenuto virale su Internet a stabilire quanto si dovrebbe dare per assodato: il rispetto del ruolo del docente è una questione istituzionale e non una scelta personale o generazionale. Finiamola!

Propositi per il nuovo anno

giornale primo gennaio definitivo“E così presi una grande decisione, mi dovevo assicurare di non trovarmi l’anno prossimo prof gattara al limite del burnout. Decisi di prendere in mano la mia vita e fare una lista di buoni propositi per l’anno nuovo. Decisione numero uno: andare a dormire presto, preferibilmente alla stessa ora e mettere una, e dico, una sola sveglia e non più tre. Numero due: entrare in classe entusiasta di primo mattino, col sorriso stampato sul viso e il pieno d’energia. Numero tre: cercare di essere più carina e gentile con i colleghi, evitando frasi poco consone al contesto. Numero quattro: non fissare più le verifiche tutte insieme per non ritrovarmi con montagne di compiti da correggere e, naturalmente, non procrastinarne la correzione…”

A oggi, 18 gennaio 2018, continuo:
– A regolare tre sveglie di cui una analogica, l’altra digitale e la terza del tutto naturale rappresentata da Isterix (il mio gatto) che, dopo aver passato l’intera nottata a scorrazzare per casa e a fare danni, reclama rumorosamente il suo breakfast alle sei e trenta del mattino. Non avrò ancora toccato il burnout ma, il solo fatto di mettere tre sveglie e controllare ripetutamente l’orario impostato, mi colloca decisamente nella categoria prof ossessivi-compulsivi con fobia del non risveglio.
– Ad avere una faccia che è tutto un programma quando entro in classe.
– A continuare a mandare al diavolo i colleghi. Il vantaggio di insegnare lingue però, è che posso farlo con idiomi diversi.
– A ritrovarmi valanghe di compiti da correggere sempre e solo nello stesso periodo. Buon 2018 a tutti i docenti!

Halloween, mosto d’uva e pagliaccio IT

halloween

Ai miei tempi, ottobre era il mese delle caldarroste e dei tini di vino, al punto che ci rimpinzavamo di mosto d’uva e passavamo i tre giorni successivi sul water col mosto che ci fermentava nella pancia.

Il primo novembre era la festa di Ognissanti e il 2 quella dei Defunti. Ecco perché, per noi, non si andava a scuola! Le maestre decoravano le aule con tante di quelle foglie e ghiande autunnali, che perfino gli scoiattoli scambiavano la classe per un’oasi del WWF e si trasferivano da noi.

Per i ragazzi di oggi, invece, ottobre è la festa di Halloween e le aule sono addobbate in maniera così terrificante da fare concorrenza a un set di Stephen King. E… a proposito del maestro dell’horror, ai miei tempi il pagliaccio IT devastava intere generazioni di bambini che bastava un solo elemento della malefica triade palloncino/pagliaccio/tombino per farci piagnucolare accanto al lettone di mamma e papà pur avendo superato, da tempo, la maggiore età. I bambini di oggi, invece, guardano il remake del pagliaccio a colazione al posto dei cartoni in onda su Boing e sanno tutto di American Horror Story e Death Note.

Ogni anno si presenta il classico dibattito Halloween sì Halloween no, che vede i difensori di una festa cristiana come quella di Ognissanti schierarsi contro la diabolica festa pagana anglosassone. La verità è che i tempi cambiano, e noi e i nostri ragazzi cediamo alla fascinazione del nulla importata da una nazione, gli Stati Uniti, che come civiltà, spirito e storia ha ben poco da offrire rispetto alla nostra cara vecchia Europa. Ai nostri ragazzi piace festeggiare Halloween come piace il caffè di Starbucks e il pollo fritto di KFC. Di fronte a tale evidenza, non possiamo che accettare i cambiamenti e sperare che coesistano con le tradizioni della nostra storia, come il culto dei defunti, senza sostituirle.

Il primo giorno di scuola

Bidet illustrazione

Era il mese di novembre dell’anno duemiladieci, il clima piacevole, non faceva né caldo né freddo. Quel mattino portavo una giacca scura e le scarpe con un po’ di tacco, le stesse che avevo indossato un po’ di anni addietro alla laurea. Avevo, cioè, il classico aspetto borghese delle insegnanti che detestavo. La chiamata della preside, di una scuola parificata religiosa, era arrivata la sera prima. Mi chiedeva se ero disposta ad assumere la supplenza l’indomani.
Emozionata, uscii di casa. Dalla finestra mi rincorrevano gli in bocca al lupo della mia coinquilina mentre dal telefonino echeggiavano i forza e coraggio di mio padre. Durante il tragitto cercai di organizzarmi un discorso di presentazione minimo ma il tempo di mettere insieme dieci parole di senso compiuto ed ero già arrivata. Respirai profondamente e, con passo falsamente sicuro, mi avvicinai all’ingresso e mi presentai.
«Vada dalla preside! Primo piano!»
In uno studiolo poco luminoso, una donna severa e misurata alzò lo sguardo dalle pagine che stava leggendo. I capelli grigi cortissimi e un grosso crocefisso in petto, palesavano la sua appartenenza a un ordine religioso. Dall’alto del suo scanno con i braccioli a forma di zampa di felino, mi informava che quello era un istituto importante, che la preparazione dei ragazzi veniva al primo posto e che avrei dovuto dare il massimo. Poi mi congedò vantando i suoi alunni, insistendo sulla necessità di avere polso e comunicandomi le classi in cui sarei dovuta andare. Accomiatatami, scesi le scale e mi ritrovai in un ampio corridoio con le porte chiuse. Tirai un lungo sospiro e mi appoggiai al termosifone per riflettere su come presentarmi. Ripensai a quello che avevo studiato durante i due anni di S.S.I.S ma mi sentii così imbevuta di inutili nozioni sul metodo comunicativo-funzionale e sullo sviluppo della personalità, da sentirmi più un cappone farcito che a un insegnante alla prima esperienza. La campanella suonò e le porte si spalancarono sotto la spinta rumorosa dei ragazzi. Entrai nell’aula immaginando che gli alunni avrebbero arrestato di colpo il baccano e mi avrebbero osservata con curiosa deferenza. Io mi sarei brevemente presentata e poi avremmo parlato di tutto e di più. Avrei fatto delle domande per costatare la loro preparazione, le mani si sarebbero alzate una dietro l’altra e avrebbero fatto a gara a rispondere: Prof.ssa io! Io! Io! E invece, non appena misi piede nell’aula, qualcuno gridò: «Ma è vero che i francesi non hanno il bidet?» scatenando le risa di tutta la classe.

A distanza di tanti anni, questo è un soggetto decisamente evergreen, non passa un anno che non mi venga posta la famosa domanda. Come possa un paese che ha creato il bidet non utilizzarlo, resta un enorme mistero, almeno per i ragazzi. Sì perché il bidet (italianizzato in bidè) nasce in Francia tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, non si conosce né la data precisa, né il nome del suo inventore. La prima testimonianza certa sul bidet risale al 1710, anno in cui il probabile inventore, Christophe Des Rosiers, lo installò presso l’abitazione della famiglia reale francese. L’invenzione si diffuse rapidamente. Tempo pochi anni, se ne contavano infatti circa cento esemplari. Il successo, tuttavia, fu di breve durata. L’igiene personale, infatti, non era la prima preoccupazione dei reali francesi. Si dice che il Re Sole, consigliato dai medici, rifuggisse dal lavarsi, per paura di contrarre malattie. La leggenda vuole che si sia immerso in una vasca da bagno per sole tre volte in tutta la sua vita. Nella seconda metà del 1700 il primo bidet appare in Europa, proprio in territorio italiano. Fu la Regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, a volere un bidet nel suo bagno personale alla Reggia di Caserta. Dopo l’annessione al Piemonte, i Savoia fecero l’inventario di ciò che trovarono nella reggia borbonica e, non sapendo cosa fosse, non seppero dare una definizione dell’oggetto; nell’inventario fu scritto “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”.

Nel raccontare ciò ai miei studenti aggiungo sempre di non essere prevenuti nei confronti di un paese solo perché le abitudini sono diverse. Viaggiare è l’esperienza più bella che si possa fare, arricchisce la mente e l’anima e ci apre a nuove culture contribuendo ad assaporare le bellezze che il Paese ci offre, anche se non ha il bidet.