Desiderata

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Il primo giorno di scuola

Bidet illustrazione

Era il mese di novembre dell’anno duemiladieci, il clima piacevole, non faceva né caldo né freddo. Quel mattino portavo una giacca scura e le scarpe con un po’ di tacco, le stesse che avevo indossato un po’ di anni addietro alla laurea. Avevo, cioè, il classico aspetto borghese delle insegnanti che detestavo. La chiamata della preside, di una scuola parificata religiosa, era arrivata la sera prima. Mi chiedeva se ero disposta ad assumere la supplenza l’indomani.
Emozionata, uscii di casa. Dalla finestra mi rincorrevano gli in bocca al lupo della mia coinquilina mentre dal telefonino echeggiavano i forza e coraggio di mio padre. Durante il tragitto cercai di organizzarmi un discorso di presentazione minimo ma il tempo di mettere insieme dieci parole di senso compiuto ed ero già arrivata. Respirai profondamente e, con passo falsamente sicuro, mi avvicinai all’ingresso e mi presentai.
«Vada dalla preside! Primo piano!»
In uno studiolo poco luminoso, una donna severa e misurata alzò lo sguardo dalle pagine che stava leggendo. I capelli grigi cortissimi e un grosso crocefisso in petto, palesavano la sua appartenenza a un ordine religioso. Dall’alto del suo scanno con i braccioli a forma di zampa di felino, mi informava che quello era un istituto importante, che la preparazione dei ragazzi veniva al primo posto e che avrei dovuto dare il massimo. Poi mi congedò vantando i suoi alunni, insistendo sulla necessità di avere polso e comunicandomi le classi in cui sarei dovuta andare. Accomiatatami, scesi le scale e mi ritrovai in un ampio corridoio con le porte chiuse. Tirai un lungo sospiro e mi appoggiai al termosifone per riflettere su come presentarmi. Ripensai a quello che avevo studiato durante i due anni di S.S.I.S ma mi sentii così imbevuta di inutili nozioni sul metodo comunicativo-funzionale e sullo sviluppo della personalità, da sentirmi più un cappone farcito che a un insegnante alla prima esperienza. La campanella suonò e le porte si spalancarono sotto la spinta rumorosa dei ragazzi. Entrai nell’aula immaginando che gli alunni avrebbero arrestato di colpo il baccano e mi avrebbero osservata con curiosa deferenza. Io mi sarei brevemente presentata e poi avremmo parlato di tutto e di più. Avrei fatto delle domande per costatare la loro preparazione, le mani si sarebbero alzate una dietro l’altra e avrebbero fatto a gara a rispondere: Prof.ssa io! Io! Io! E invece, non appena misi piede nell’aula, qualcuno gridò: «Ma è vero che i francesi non hanno il bidet?» scatenando le risa di tutta la classe.

A distanza di tanti anni, questo è un soggetto decisamente evergreen, non passa un anno che non mi venga posta la famosa domanda. Come possa un paese che ha creato il bidet non utilizzarlo, resta un enorme mistero, almeno per i ragazzi. Sì perché il bidet (italianizzato in bidè) nasce in Francia tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, non si conosce né la data precisa, né il nome del suo inventore. La prima testimonianza certa sul bidet risale al 1710, anno in cui il probabile inventore, Christophe Des Rosiers, lo installò presso l’abitazione della famiglia reale francese. L’invenzione si diffuse rapidamente. Tempo pochi anni, se ne contavano infatti circa cento esemplari. Il successo, tuttavia, fu di breve durata. L’igiene personale, infatti, non era la prima preoccupazione dei reali francesi. Si dice che il Re Sole, consigliato dai medici, rifuggisse dal lavarsi, per paura di contrarre malattie. La leggenda vuole che si sia immerso in una vasca da bagno per sole tre volte in tutta la sua vita. Nella seconda metà del 1700 il primo bidet appare in Europa, proprio in territorio italiano. Fu la Regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, a volere un bidet nel suo bagno personale alla Reggia di Caserta. Dopo l’annessione al Piemonte, i Savoia fecero l’inventario di ciò che trovarono nella reggia borbonica e, non sapendo cosa fosse, non seppero dare una definizione dell’oggetto; nell’inventario fu scritto “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”.

Nel raccontare ciò ai miei studenti aggiungo sempre di non essere prevenuti nei confronti di un paese solo perché le abitudini sono diverse. Viaggiare è l’esperienza più bella che si possa fare, arricchisce la mente e l’anima e ci apre a nuove culture contribuendo ad assaporare le bellezze che il Paese ci offre, anche se non ha il bidet.

KEEP CALM E BUONE VACANZE

vacanze del prof

Alla faccia di chi dice che abbiamo 3 mesi di vacanze, che lavoriamo SOLO 18 ore a settimana, che abbiamo il giorno libero infrasettimanale, che a Natale stiamo a casa due settimane e a Pasqua una, che tutti i ponti sono nostri… KEEP CALM E BUONE VACANZE che tanto a lavare la testa al ciuccio, come diceva mio padre, si perde tempo, acqua e sapone!

Adempimenti di fine anno tra chiavette usb e zenzero sintetico – di Mariella Palumbo

Mariella Palumbo

E siccome a casa la stampante non funziona, e siccome avevo da produrre tre relazioni sul lavoro svolto che nessuno al mondo leggerà mai (ho sempre pensato di firmare Lorella Cuccarini e vedere se qualcuno se ne accorgesse), e siccome a scuola siamo in 200 su 2 computer, dopo un’ansiosissima fila tesa a scoraggiare il tentativo di lavoro appollaiati come corvi sulla spalla del fortunato che ti precede “che ‘o fai a fà… stu computer sta chin ‘e virus…ecc.”, finalmente approdo alla tastiera e infilo, in successione, tre delle quindici pennette che ho pescato alla rinfusa nel cassetto delle mutande; ma niente: ci sono file che discettano di perizie, articoli sulla chiusura dei manicomi, come fare lo zenzero sintetico, tutti i film di Truffaut scaricati, le canzoni di Nino Taranto e dei Talking Heads, ma nessuna traccia di relazioni.
Decido perciò di lasciare la postazione e di prendermi una pausa di riflessione in bagno. Lì incontro Mimì che generosamente mi invia dal cellulare i suoi schemi.
È fatta guagliu‘. Devo solo fare modifiche e tornare alla fila dei 200.
ERRORE. Apprendo che l’unica stampante in funzione non funziona. Non scoraggiatevi per così poco. L’alcol non è la risposta. Dopo solo un‘ora di fila salvo gli schemi di Mimì tra le foto del deserto in Arizona sulla sovraffollata pennetta e mi avvio alla volta di Rita che, sono certa, anche stavolta darà un senso alla mia inutile vita.
ERRORE 2. Nel suo tempio zen Rita non c‘è, e la sua collega trionfalmente mi dice “che hanno l’ordine perentorio dalla DSGA di non inserire per nessuna ragione al mondo penne nei computer della segreteria.
Oilloc. Mo’ sparo.
No, ci sarebbe l’aggravante del futile motivo. 15 anni senza condoni. Nun è cosa.
Vado allora dalla DSGA e pongo l’oziosa domanda “Ma un poverello che volesse stampare un file dalla pennetta dove andrebbe, secondo te, se l’ unica stampante a disposizione non funziona?”
È una signora. Non risponde automaticamente “affanculo” a tutte le domande che iniziano per “dove”.
Mi spiega anzi che la fotocopiatrice in corridoio (udite udite) è dotata di lettore.
“Ma io non lo so fare!”
“E t ‘mpar.”
La fotocopiatrice in corridoio ha dimensioni di una lavatrice da lavanderia, da lavastoviglie di ristorante indiano, della navicella spaziale di Star Trek, ma per quanto la esamini negli interstizi più impudichi, essa non pare avere porte di accesso USB.
Sto quasi per rivoltarla sottosopra quando mi accorgo della presenza del ragazzo del bar dietro di me. Generazione millenium l’hanno chiamata. Generazione digitale.
Tutt strunzat. È più sprovveduto di me, ‘o guaglione.
È stato allora che si è fatta strada la perversa idea, Vostro Onore.
La porta della vicepresidenza socchiusa. Un paradiso di apparecchi a disposizione che manco Eldo. Un eldorado negato ai più, al quale io però, oggi, 13 giugno 2017, avrò accesso.
Attenta però, mi son detta (ero lucida, Vostro Onore, non ho l’attenuante della mente ottenebrata) è una mossa che può costarti cara. Molto cara.
Mi avvento sulla scrivania della vice e inserisco la mia penna.
Ce l’avevo quasi fatta, quando l’immagine di Lei attonita si staglia sulla soglia. Il suo volto mi pare trasfigurato dallo stupore.
Possibile, pare chiedersi, che un mortale osi tanto?
Allora il mito di Prometeo non è solo fantasia?
I nostri occhi si incontrano in un istante infinito.
Deve essere cosi’ l’ereignis. L’evento.
Possibile che le sue urla abbiano superato il muro del suono e perciò non le sento? Mi dice anzi soavemente “fai almeno prima la scansione”
Fuori era bel tempo.
Dal liceo Fonseca è tutto. Linea allo studio.
Ora so che le mie foto non saranno sui giornali del Michigan, che quando un normale nevrotico incontra un vero pazzo quel normale nevrotico si calma, ma, soprattutto, che posso cantare quando voglio “O tram d’a Torretta” perché ho tutto. Parole e musica.

Mariella Palumbo

Il docente supereroe

wonderprofUn supereroe è un personaggio dotato di poteri eccezionali, dei quali si serve per salvare gli esseri umani in pericolo. Genitori e giornalisti ci dicono spesso che siamo dei supereroi, ma non è così o, almeno, non dovrebbe esserlo. Un supereroe è quindi, secondo la definizione esposta, un personaggio dotato di superpoteri tali da sorpassare i limiti umani, qualcuno che corre enormi rischi per il bene della collettività. Darci dei supereroi non significa altro che riconoscerci, ma solo a livello verbale, gli enormi sforzi che facciamo con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione.
Il giorno in cui ricevette il premio Nobel, Albert Camus lo dedicò al suo insegnante, un certo Louis Germain per aver stimolato la sua curiosità e averlo giudicato degno “di scoprire il mondo”, incoraggiandolo a continuare gli studi. E in fondo il buon insegnante esiste da sempre se consideriamo che l’opera di Platone non è altro che, almeno in parte, un omaggio al suo vecchio maestro Socrate, e che Voltaire ha tessuto le lodi del suo istitutore, come fa del resto Daniel Pennac in Diario di scuola. La letteratura è piena di vere testimoniane senza dover scomodare la cinematografia hollywoodiana che, molto spesso, non fa altro che rinforzare certi cliché di prof non convenzionali. Noi insegnanti non vogliamo essere considerati dei supereroi, non ci teniamo proprio. In tutta onestà la tenuta corazzata di Wonder Woman, completa di polsiere e stivali rossi, non mi starebbe proprio benissimo. Noi vogliamo solo che le cose cambino, che cambino sul serio, con risorse adeguate e maggiore gratificazione, e che la scuola sia una priorità vera, né buona, né cattiva, ma semplicemente scuola.

Mobilità docenti

mobilità 3

Siamo l’uno accanto all’altro, solo il portatile sul quale ho gli occhi fissi da ore a separarci. Ogni tanto i baffi di Isterix vibrano, mi segnalano che sta facendo sogni felici, mentre io mi angoscio sulle preferenze delle sedi e il loro ordine. Clicco sulla freccia verso il basso, così la prima scelta, quella più pratica e razionale, diventa la seconda e la seconda, la scelta fatta d’istinto e del tutto irrazionale, diventa la prima. Non sono portata per questo gioco di calcoli e strategie, né posso pensare di chiedere consiglio a scuola. Tra molti colleghi, infatti, vige il ballismo più spietato.
«L’hai fatta la domanda di mobilità?»
«No, onestamente non so se la farò, ci sto pensando» risponde con tono falsamente disinteressato la collega di matematica, mentre l’ha compilata e pure spedita.
«E tu, collega di latino, l’hai fatta?»
«Scherzi? Qui sto benissimo!» esclama sorridendo ma, al passaggio della DS, non manca di informarla, a bassa voce, di quanto sia stata spietata e infame per averle inviato la visita fiscale. Che mancanza d’umanità!
«Mobilità? No! Decisamente no! » esclama la collega di diritto, assaporando il momento in cui darà la grande notizia a tutta la famiglia. Entrare in casa, fare dapprima la disperata, dire che la sua domanda non aveva avuto seguito e poi, d’improvviso, gridare la novità! Dire che era stata trasferita nel miglior liceo della città. Abbracci e baci! Tartine e Champagne!