La borsa del prof

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Le sette meno venti! Fra cinque minuti devo essere fuori e c’è ancora lei: la borsa da fare! Faccio un profondo respiro. Sì, perché la borsa di un prof è come la borsa di Mary Poppins, vale a dire una borsa enorme piena di soluzioni per tutto (dal rotolo di carta igienica ai pacchetti di fazzoletti, senza dimenticare i cd in lingua e il tablet). Ricontrollo ancora una volta il contenuto, alla maniera un po’ ossessiva di come la sera ricontrollo più volte l’orario delle sveglie. L’agenda c’è! Il registro fuorilegge pure! I pacchi di compiti da correggere… beh, quelli sono sempre presenti! Dovrebbe esserci tutto! Così prendo la mia fidata borsa, che anche quest’oggi mi accompagnerà fino al pomeriggio, ed esco di casa portando con me tutto il mio mondo, oggetti indispensabili alla vita di un prof.

Mobilità 2017: possibili scenari

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“Pronto, hai sentito le ultime sulla mobilità?”
“Ciao collega ansiogena, sì sto seguendo”
“Ho qualche domanda da farti”
Ci risiamo! Quando Lorenza ha qualche domanda da fare significa che ha considerato tutte le variabili ed elaborato tutte le possibili associazioni che possono intervenire nella Mobilità 2017.
“Se ottengo una delle 5 scuole dove avrò la titolarità? E se ottengo l’ambito prescelto? Se la mia richiesta non dovesse essere soddisfatta cosa succederebbe? E se dovessero darmi la scuola scelta ma poi non la volessi più? Se il preside venisse a sapere che ho fatto domanda di mobilità?”
“Scusa, perché mai dovresti pentirti di una richiesta nel momento in cui te l’accolgono? Se fai domanda per una scuola precisa, è perché speri di lavorare lì! E poi, perché con tutte le preoccupazioni che abbiamo, dovremmo preoccuparci anche delle possibili ritorsioni da parte del Lato Oscuro? Quindi, Lory, concentriamoci sulla Forza!”
“Che vuoi dire?”
“Fai un profondo sospiro e proviamo a ricapitolare le novità positive di questo 2017. Innanzitutto nessuna mobilità forzata! La mobilità di quest’anno è volontaria tranne… e lì di colpo mi fermo”
“Tranne?” chiede lei.
Beh… tranne (ahimè! fa paura solo pensarlo) per i perdenti posto-soprannumerari.
[minuto di silenzio]
“Ma mi conviene fare domanda per tutte e 5 le scuole?”
“Sono 5 possibilità, ti conviene sfruttarle e, volendo, sembra che avrai a disposizione ancora 10 scelte tra ambiti, province e probabilmente regioni.”
“E se la domanda non dovesse essere accolta?”
“Resterai nella stessa scuola e non avrai perso niente. Avremo pazziato, come si dice a Napoli ma, almeno, avrai tentato la sorte.

 

Addio a Tullio De Mauro

(ANSA/TO)
È stato una colonna portante della linguistica italiana, attento alle dinamiche sociali e a una didattica di qualità nella scuola italiana. “Non riformatele: semmai date più soldi per comprare carta igienica” aveva affermato in un’intervista del 14 febbraio 2015 sulla FlippedClassroom parlando della scuola italiana.
Durante i miei anni del dottorato in linguistica, il nome di De Mauro echeggiava tra le aule della scuola dottorale, accompagnato da un senso di rispetto e autorevolezza che non ho più riscontrato per nessun altro linguista italiano. Poiché i riferimenti a lui erano costanti, un giorno un collega disse: “Come dice Zio Tullio…” In quello Zio era presente tutta la nostra ammirazione e stima in quanto padre, per molti di noi, della linguistica italiana. Addio Zio Tullio, grazie per l’enorme contributo che hai lasciato.

Compiti per le vacanze: l’eterno dilemma

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Penultimo giorno di scuola. Al mio «e adesso prendete il diario e facciamo l’assegno per le vacanze» si scatena l’inferno.
«Noooooo!» «Prof. ci rifiutiamo!» «Ma lo sa che nessun altro prof ha assegnato?» «Ma non ha letto l’articolo dell’illustrissima prof. Tal dei Tali che sconsiglia di assegnare per le vacanze?» «Prof. sentirà i miei genitori!» «Ma lo sa che va contro la Chiesa se assegna durante le feste di Natale?»
Impassibile li guardo lamentarsi in coro e detto l’assegno. Oppongono resistenza, i miei ribelli. Si rifiutano di prendere in mano la penna, di aprire il diario. Poi… il primo cede, così pure il secondo finché, borbottando e bofonchiando, cominciano a scrivere tutti. È fatta!
L’idea peggiore diffusasi nella scuola da un po’ di anni a questa parte è pensare che per gli alunni tutto sia difficile e complicato e, quindi, che tutto debba essere semplificato. Semplificati i programmi, semplificate le lezioni, semplificati i compiti a casa e in classe. Anzi, nei periodi di vacanze, questi sono caldamente sconsigliati perché è giusto che gli alunni riposino e si divertano, altrimenti perché si chiamerebbero vacanze?
Credo che a furia di trattare gli studenti come esseri incapaci, lo diventino davvero. Assegnare i compiti durante le vacanze non è solo un modo per mantenersi in allenamento e fissare le conoscenze ma è, soprattutto, una maniera per far comprendere agli studenti l’importanza di imparare a gestire il proprio tempo. Pianificare gli impegni e i doveri, anche in un periodo di vacanza, significa andare al di là della giornata ed essere coscienti che oltre ai diritti, ci sono dei doveri. E se lo studente, come a suo tempo ho fatto anch’io, si ridurrà all’ultimo giorno per svolgere i compiti e la mattina tornerà a scuola stanco per la nottata passata, pazienza, anche questo è un momento di crescita. Magari, come me, lo farà per tutti e cinque gli anni delle superiori, ma arriverà il giorno in cui la mente si metterà in azione su compiti poco gratificanti, senza aspettare che il senso dell’urgenza superi il piacere dell’ozio.

Le vacanze del prof

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Che meraviglia, in questi giorni di fine dicembre, indugiare sotto le coperte, mentre il resto della città si prepara, assonnata e infreddolita, a riprendere le attività. Mi alzo lentamente, ho tutto il tempo di farmi una bella doccia senza l’incubo delle lancette, di asciugarmi con calma, senza uscire di corsa con i capelli ancora mezzi bagnati per non perdere la metro delle 7.08. Perfino Isterix non si capacita di non essere scaraventato giù dal letto come al solito. La mattina dei giorni di vacanza tutto si svolge con lentezza, ma il momento più bello, però, è quello della colazione. Non il cappuccino del bar ingurgitato cinque minuti prima che suoni la campanella, spiando l’ingresso della scuola di fronte o il cornetto asciutto che si blocca in gola nel salire velocemente le scale dell’edificio, ma un vero caffè, preparato con la moka, al quale aggiungo del latte tiepido e del pane tostato con burro e marmellata.
Finita la colazione, penso a tutto quello che potrò fare durante questi giorni di vacanza, probabilmente di quelle cose non ne farò manco una e passerò, come mio solito, gli ultimi giorni a correggere i compiti in classe, ma che importa, al momento le vacanze sono solo all’inizio e anche per noi è bello sognare.

Consigli di classe: riunioni di faine, stragi di galline

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Ogni volta che ci sono i consigli di classe mi ritrovo in situazioni strane e surreali, una sorta di teatro dell’assurdo con colleghi incastrati tra i banchetti di scuola, agguerriti, pronti a condurre la loro personale crociata contro un alunno responsabile, a loro dire, di tutti i mali della classe. Già prima dell’inizio del consiglio si mette in moto il meschino e sottile meccanismo di ricerca delle alleanze: «Bisogna intervenire, non se ne può più di Torotto!» afferma un collega ed è un seguire di «Hai ragione!» «Conta pure sul mio appoggio!» «È un’indecenza!» finché un prof incauto, cerca di stemperare gli animi esprimendo un giudizio meno drastico e appellandosi al ruolo di educatori, esortando ad intervenire sì, ma al fine di motivare. «Motivare cosa? Quel ragazzo è un elemento di disturbo! Ha bisogno di capire chi comanda!» risponde incattivita la collega inquisitrice scagliandosi contro il collega buonista ed ecco che le voci si sovrappongono, il tono cresce, la pazienza va a farsi friggere, qualcuno sbatte il registro, afferma che è uno schifo, osa lasciare la sala. Gli altri si preoccupano, un consiglio senza un componente non è più valido, bisogna trovare un sostituto! Ma dove si trova un sostituto alle sei di sera? Allora una piccola delegazione va in ricognizione, qualcuno torna con notizie riconfortanti: la collega disertrice sta fumando una sigaretta mentre gli altri hanno messo in azione una vasta opera di convincimento per farla rientrare. E intanto sono già le sei e mezza e il resto dei colleghi, soprattutto le donne, sbottano per gli impegni personali: i figli da prelevare, la spesa da fare, la cena da preparare, la lettiera del gatto da cambiare. «Io ve lo dico già! Alle sette me ne vado!» dice una collega battendo sul tempo tutte le altre e allora è un susseguirsi di «Pur’io!» «Ma che scherziamo?» «Sto qui dalle otto del mattino! Sono quasi dodici ore!» Nel frattempo la prof disertrice entra con aria di sufficienza e sottolinea la sua intenzione di rimanere solo per fare un piacere ai colleghi. E le danze riprendono.
Quando queste scene capitano (è chiaro non sono la normalità ma non sono neppure una rarità) io osservo, sto lì come L’uomo della folla di Edgar Allan Poe e contemplo, contemplo come un convalescente dietro la vetrina di un caffè, contemplo l’agitazione e la vita. Il mio pensiero si fonde con tutti i pensieri che si agitano intorno, la curiosità di osservare diventa, da dietro il banchetto nel quale sono seduta, una passione irresistibile! Raramente intervengo e lo faccio solo quando noto un accanimento a mio parere eccessivo nei confronti di studenti non compresi, studenti che andrebbero sostenuti, studenti che mi ricordano me da giovane. Quando ripenso agli anni del liceo, provo solo un grande vuoto per non essere stata incoraggiata e di quegli anni ricordo ben poco, credo di averli rimossi volontariamente. Non avrei chiesto altro che sentirmi amata e accettata. Se i miei prof. mi avessero reputata pensante e un tantino intelligente, la mia autostima avrebbe spiccato il volo, ma così non è stato. Su di me avevano opinioni disomogenee: può fare di più, non male, bravina, mediocre, non possiamo ottenere di più! Incompresa e bistrattata avvertivo la loro indifferenza e a volte ostilità. Eppure devo tutto alla scuola e devo tutto a mio padre. Avevo capito che la scuola mi avrebbe assicurato un futuro, se ce l’avessi messa tutta, e soprattutto mi avrebbe consentito di andare via dalla ristretta e paralizzante vita di un piccolo paesino di provincia. Un paesino di diecimila anime dove l’unico cinema, il Cinema-Teatro Garibaldi, aveva chiuso definitivamente i battenti due anni dopo la mia nascita. E una città senza sale cinematografiche è, come dice Giuseppe Tornatore, una città cieca. Devo perciò molto alla scuola e, come ho già detto, anche a mio padre, un padre instancabile e lungimirante che voleva sua figlia indipendente e laureata.
Sono talmente tante le variabili che intervengono nella formazione di una piccola mente pensante: la famiglia, l’ambiente, le circostanze, il temperamento, che non è possibile fare previsioni. Un ambiente ostile può, ad esempio, annichilire ma può anche suscitare una reazione estrema e spronare alla fuga. Il successo? La riuscita? È solo questione di abitudine! Ecco perché, a ogni lezione, spero che scocchi per questi ragazzi l’ora del risveglio com’è scattata per me in un momento non definito della mia adolescenza.

Involuzione digitale

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«Ricordate la formazione del femminile che abbiamo visto la volta scorsa? Bene, ci sono dei nomi femminili che differiscono completamente dal maschile come taureau e vache».
Facce perplesse. Mi appresto a fornire subito la traduzione per dissipare ogni dubbio.
«Toro e mucca, come in italiano».
Molti annuiscono ma cinque o sei volti, restano ancora perplessi. Uno di loro alza la mano. «Prof ma perché? Il toro è solo maschio?»
«Perché non si dice tora?» interviene prontamente un altro.
«Stupido! Si dice toressa!» esclama un terzo.
Inspiro lentamente per non entrare nella modalità prof-isterica-mettoundueatutti-vibocciosenzapietà e mi chiedo se stiano scherzando. No, guardo le loro facce serie e mi rendo conto che non stanno scherzando. Intanto gli altri ridono a crepapelle.
«Posso controllare sul cellulare?» chiede l’autore di toressa.
«Certo che no! Controlli a casa, anzi, fate tutti una bella ricerca a casa!»
«Cercare “toro e mucca” e stampare» dice ad alta voce il rappresentante mentre scrive nel diario.
Sospiro e penso a quando avevo la loro età. Ai miei tempi le ricerche si facevano dall’enciclopedia e per fare la ricerca, non bisognava solo leggere, si doveva copiare. E questa banalissima operazione lasciava impresso nel cervello almeno il 20% di quel che si trascriveva. A volte impiegavo ore e ore a copiare paragrafi stampati con caratteri minuscoli che, una volta trascritti, si traducevano in cinque, sei, anche dieci pagine di quaderno. Allora non esistevano Internet, CTRL+C, CTRL+V e il comando PRINT. Inoltre un’enciclopedia è, per definizione, una fonte autorevole di sapere. Wikipedia non sempre. Anche il computer aveva un ruolo diverso: era il successore della tradizionale macchina da scrivere. Il mio primo portatile l’ho comprato circa sei mesi prima di laurearmi. Avevo svolto le ricerche tra l’Italia e la Francia, e a quei tempi il computer serviva solo per scrivere la tesi. Allora la cultura era esperienza diretta delle cose: andare sul posto, ricercare le fonti, trascrivere a mano. Tutto ciò serviva a sviluppare le facoltà mnemoniche, visive e creative, prerogative che la moderna tecnologia ha tolto all’uomo, soprattutto nel periodo formativo. Le nuove tecnologie, infatti, invece di stimolare i processi cognitivi, spesso li sostituiscono. A questo si aggiungono i social con la loro capacità di diffondere in maniera virale commenti veri, non veri o semplicemente aberranti, come il post di alcuni studenti di diritto costituzionale, indignati su Facebook in questi giorni, perché ancora una volta “ci ritroviamo un Presidente del Consiglio non eletto dal popolo”.