Il docente supereroe

wonderprofUn supereroe è un personaggio dotato di poteri eccezionali, dei quali si serve per salvare gli esseri umani in pericolo. Genitori e giornalisti ci dicono spesso che siamo dei supereroi, ma non è così o, almeno, non dovrebbe esserlo. Un supereroe è quindi, secondo la definizione esposta, un personaggio dotato di superpoteri tali da sorpassare i limiti umani, qualcuno che corre enormi rischi per il bene della collettività. Darci dei supereroi non significa altro che riconoscerci, ma solo a livello verbale, gli enormi sforzi che facciamo con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione.
Il giorno in cui ricevette il premio Nobel, Albert Camus lo dedicò al suo insegnante, un certo Louis Germain per aver stimolato la sua curiosità e averlo giudicato degno “di scoprire il mondo”, incoraggiandolo a continuare gli studi. E in fondo il buon insegnante esiste da sempre se consideriamo che l’opera di Platone non è altro che, almeno in parte, un omaggio al suo vecchio maestro Socrate, e che Voltaire ha tessuto le lodi del suo istitutore, come fa del resto Daniel Pennac in Diario di scuola. La letteratura è piena di vere testimoniane senza dover scomodare la cinematografia hollywoodiana che, molto spesso, non fa altro che rinforzare certi cliché di prof non convenzionali. Noi insegnanti non vogliamo essere considerati dei supereroi, non ci teniamo proprio. In tutta onestà la tenuta corazzata di Wonder Woman, completa di polsiere e stivali rossi, non mi starebbe proprio benissimo. Noi vogliamo solo che le cose cambino, che cambino sul serio, con risorse adeguate e maggiore gratificazione, e che la scuola sia una priorità vera, né buona, né cattiva, ma semplicemente scuola.

Mobilità docenti

mobilità 3

Siamo l’uno accanto all’altro, solo il portatile sul quale ho gli occhi fissi da ore a separarci. Ogni tanto i baffi di Isterix vibrano, mi segnalano che sta facendo sogni felici, mentre io mi angoscio sulle preferenze delle sedi e il loro ordine. Clicco sulla freccia verso il basso, così la prima scelta, quella più pratica e razionale, diventa la seconda e la seconda, la scelta fatta d’istinto e del tutto irrazionale, diventa la prima. Non sono portata per questo gioco di calcoli e strategie, né posso pensare di chiedere consiglio a scuola. Tra molti colleghi, infatti, vige il ballismo più spietato.
«L’hai fatta la domanda di mobilità?»
«No, onestamente non so se la farò, ci sto pensando» risponde con tono falsamente disinteressato la collega di matematica, mentre l’ha compilata e pure spedita.
«E tu, collega di latino, l’hai fatta?»
«Scherzi? Qui sto benissimo!» esclama sorridendo ma, al passaggio della DS, non manca di informarla, a bassa voce, di quanto sia stata spietata e infame per averle inviato la visita fiscale. Che mancanza d’umanità!
«Mobilità? No! Decisamente no! » esclama la collega di diritto, assaporando il momento in cui darà la grande notizia a tutta la famiglia. Entrare in casa, fare dapprima la disperata, dire che la sua domanda non aveva avuto seguito e poi, d’improvviso, gridare la novità! Dire che era stata trasferita nel miglior liceo della città. Abbracci e baci! Tartine e Champagne!

Armadietti da incubo

armadietto del prof

«Ore 7.55, devo sbrigarmi!» così apro in tutta fretta e furia il mio armadietto e SCATAFRAAASHH, l’impossibile si riversa sul pavimento. Se esistesse un programma “Armadietti da incubo dei prof”, sarei un’ottima candidata. Effettivamente alcuni prof non sembrano curarsi molto dell’ordine: fogli sparsi, libri la cui edizione risale al paleolitico, bicchierini sporchi di caffè seminati qua e là per la sala docenti. Se però trovano un solo fazzoletto o una carta di snack sulla loro cattedra, allora sì che sono guai!
Nel mio armadietto c’è di tutto a cominciare dalle verifiche: test d’ingresso, prove parallele, compiti dalla classe prima alla quinta. Ogni anno è come se fossi colpita dall’accumulo patologico di fotocopie e di libri. Tutto è necessario, tutto può tornarmi utile, tutto può essere adattato in caso di bisogno improvviso. E insieme al materiale cartaceo e librario convivono il sapone per le mani, le salviette umidificate, i fogli per le fotocopie, la carta igienica, i gessetti colorati, i pennarelli e l’ombrello. Lontano da casa, quel piccolo armadietto in dotazione è tutto il mio mondo e puntualmente, a fine anno, quando lo richiudo per l’ultima volta, richiudo con lui una piccola parte di me.

Incontri scuola-famiglia

incontri-scuola-famiglia

Quand’ero studente, i miei genitori stavano dalla parte dei professori, a prescindere. A prescindere dai miei racconti, a prescindere dai miei voti, a prescindere dall’impressione che ne avevano al primo colloquio e dalle simpatie/antipatie che questi suscitavano nel corso dell’anno. Ma i tempi sono cambiati e oggigiorno per i genitori, che come spugne assorbono le descrizioni dei figli e le fanno proprie, l’insegnante è quell’essere tendenzioso il cui scopo è rendere un inferno la vita a quel genio incompreso del loro bambino. Dall’una e dell’altra parte c’è incomprensione: gli insegnanti perché considerano i genitori troppo permissivi, e i genitori perché accusano gli insegnanti di essere ostili nei confronti dei loro piccoli Einstein. L’incontro in cui le due fazioni si affronteranno è il colloquio scuola-famiglia. Lungi dall’essere il momento in cui genitori e insegnanti si ritrovano per fare il punto, con chiarezza e lucidità, sulla situazione di ciascun allievo e scambiarsi indicazioni e consigli per sostenere i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e culturale, l’incontro è il più delle volte il momento in cui ciascuna delle due parti informa l’altra, in maniera più o meno velata, dell’incompetenza a svolgere il proprio ruolo.
La prima volta che ho partecipato a un incontro scuola-famiglia mi aspettavo genitori riconoscenti. Immaginavo la contentezza di una mamma per l’interesse palesato dal figlio, la gratitudine di un papà per i progressi della sua bambina, la soddisfazione di una coppia per la partecipazione del figlio. E invece mi sono trovata a fronteggiare obiezioni del tipo: «Cosa? Sette? Guardi che mio figlio aveva otto con la professoressa dell’anno scorso. Com’è possibile che mia figlia abbia preso sei? Io la vedo sempre studiare! Io stiro e lei studia vicino a me! Cinque all’interrogazione? Non può essere! A casa mi ha ripetuto tutta la lezione!»
A tali rimostranze avrei avuto voglia di rispondere: «Sì, sette signora! E sono stata anche generosa, visto che suo figlio parla il francese come Depardieu parla l’italiano quando sponsorizza i pelati! E lei, signora, guardi che ho detto sei, non due! E scusi, ma tra una camicia e una mutanda da stirare, controlli piuttosto che sua figlia non abbia uno smartphone sotto il libro e non passi le ore su Facebook a chattare con le amiche, visto che lo fa di continuo anche in classe. Mentre lei, signora cara, la informo che io insegno francese, non storia! E poiché oggi ho interrogato suo figlio sulla lettura, sui verbi, sulla traduzione di frasi improvvisate al momento, mi sembra un tantino strano che possa averle detto la lezione.»
Avrei voluto, ma non l’ho fatto limitandomi a essere diplomatica e invitandoli ad aggiornarci al prossimo colloquio. La cosa più brutta, mentre parli con dei genitori ostili, è vedere la fila di genitori altrettanto ostili che attendono di parlare con te, genitori poco raziocinanti che hanno dimenticato quanto i loro figli siano «adorabili piccole carogne» pronti a  raggirarli come vogliono. A differenza del passato, un insegnante deve misurare oggi ogni singolo evento che sia un’insufficienza, una nota o un rimprovero. In ciascuna di queste circostanze la sua prima preoccupazione dovrà essere poter dimostrare che il suo provvedimento o giudizio è motivato, perché nel 90% dei casi giungeranno genitori infuriati decisi a difendere a spada tratta i loro figli. Al termine degli incontri sono distrutta, completamente priva di forze. Quei colloqui di due ore e mezza mi atterrano più di un’intera mattinata con i loro figli. «Alcuni credono che il genio sia ereditario. Gli altri non hanno bambini» disse Marcel Achard, brillante scrittore e drammaturgo francese morto agli inizi degli anni Settanta, e credo che avesse ragione da vendere.

Ritratto di docente con gatto

immagine-docente-con-gatto

Sfinita, mi seggo sul divano. Lui è di fronte a me, mi fissa con le sue pupille verticali, quasi a voler carpire le mie intenzioni. Appena estraggo i pacchi di compiti dalla borsa, piega leggermente le zampette sul davanti, si dà un piccolo slancio e zac, con un balzo agile e deciso, è sulle mie ginocchia. I compiti da correggere hanno qualcosa d’ipnotico per Isterix, quel micio furbacchione e opportunista, sa che per due ore starò inchiodata al sofà e lui potrà concedersi un sonnellino tranquillo, intervallato da carezze e grattini. Immobilizzata dalla morbida rotondità di pelo, lo guardo acciambellarsi beato e felice, almeno lui! C’è una misteriosa intesa tra un docente e il suo gatto perché il micio, più di tutti, apprezza quei momenti d’immobilità forzata e ne gode con gioia. «Tu correggi pure i tuoi compiti ma non muoverti troppo e, che non ti venga in mente di alzarti!» sembra ammonirmi mentre si lecca la zampetta, poi si lascia andare al suo dolce riposino mentre a me non resta altro da fare che iniziare la correzione.

La borsa del prof

a-borsa-del-prof

Le sette meno venti! Fra cinque minuti devo essere fuori e c’è ancora lei: la borsa da fare! Faccio un profondo respiro. Sì, perché la borsa di un prof è come la borsa di Mary Poppins, vale a dire una borsa enorme piena di soluzioni per tutto (dal rotolo di carta igienica ai pacchetti di fazzoletti, senza dimenticare i cd in lingua e il tablet). Ricontrollo ancora una volta il contenuto, alla maniera un po’ ossessiva di come la sera ricontrollo più volte l’orario delle sveglie. L’agenda c’è! Il registro fuorilegge pure! I pacchi di compiti da correggere… beh, quelli sono sempre presenti! Dovrebbe esserci tutto! Così prendo la mia fidata borsa, che anche quest’oggi mi accompagnerà fino al pomeriggio, ed esco di casa portando con me tutto il mio mondo, oggetti indispensabili alla vita di un prof.