Armadietti da incubo

armadietto del prof

«Ore 7.55, devo sbrigarmi!» così apro in tutta fretta e furia il mio armadietto e SCATAFRAAASHH, l’impossibile si riversa sul pavimento. Se esistesse un programma “Armadietti da incubo dei prof”, sarei un’ottima candidata. Effettivamente alcuni prof non sembrano curarsi molto dell’ordine: fogli sparsi, libri la cui edizione risale al paleolitico, bicchierini sporchi di caffè seminati qua e là per la sala docenti. Se però trovano un solo fazzoletto o una carta di snack sulla loro cattedra, allora sì che sono guai!
Nel mio armadietto c’è di tutto a cominciare dalle verifiche: test d’ingresso, prove parallele, compiti dalla classe prima alla quinta. Ogni anno è come se fossi colpita dall’accumulo patologico di fotocopie e di libri. Tutto è necessario, tutto può tornarmi utile, tutto può essere adattato in caso di bisogno improvviso. E insieme al materiale cartaceo e librario convivono il sapone per le mani, le salviette umidificate, i fogli per le fotocopie, la carta igienica, i gessetti colorati, i pennarelli e l’ombrello. Lontano da casa, quel piccolo armadietto in dotazione è tutto il mio mondo e puntualmente, a fine anno, quando lo richiudo per l’ultima volta, richiudo con lui una piccola parte di me.

Incontri scuola-famiglia

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Quand’ero studente, i miei genitori stavano dalla parte dei professori, a prescindere. A prescindere dai miei racconti, a prescindere dai miei voti, a prescindere dall’impressione che ne avevano al primo colloquio e dalle simpatie/antipatie che questi suscitavano nel corso dell’anno. Ma i tempi sono cambiati e oggigiorno per i genitori, che come spugne assorbono le descrizioni dei figli e le fanno proprie, l’insegnante è quell’essere tendenzioso il cui scopo è rendere un inferno la vita a quel genio incompreso del loro bambino. Dall’una e dell’altra parte c’è incomprensione: gli insegnanti perché considerano i genitori troppo permissivi, e i genitori perché accusano gli insegnanti di essere ostili nei confronti dei loro piccoli Einstein. L’incontro in cui le due fazioni si affronteranno è il colloquio scuola-famiglia. Lungi dall’essere il momento in cui genitori e insegnanti si ritrovano per fare il punto, con chiarezza e lucidità, sulla situazione di ciascun allievo e scambiarsi indicazioni e consigli per sostenere i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e culturale, l’incontro è il più delle volte il momento in cui ciascuna delle due parti informa l’altra, in maniera più o meno velata, dell’incompetenza a svolgere il proprio ruolo.
La prima volta che ho partecipato a un incontro scuola-famiglia mi aspettavo genitori riconoscenti. Immaginavo la contentezza di una mamma per l’interesse palesato dal figlio, la gratitudine di un papà per i progressi della sua bambina, la soddisfazione di una coppia per la partecipazione del figlio. E invece mi sono trovata a fronteggiare obiezioni del tipo: «Cosa? Sette? Guardi che mio figlio aveva otto con la professoressa dell’anno scorso. Com’è possibile che mia figlia abbia preso sei? Io la vedo sempre studiare! Io stiro e lei studia vicino a me! Cinque all’interrogazione? Non può essere! A casa mi ha ripetuto tutta la lezione!»
A tali rimostranze avrei avuto voglia di rispondere: «Sì, sette signora! E sono stata anche generosa, visto che suo figlio parla il francese come Depardieu parla l’italiano quando sponsorizza i pelati! E lei, signora, guardi che ho detto sei, non due! E scusi, ma tra una camicia e una mutanda da stirare, controlli piuttosto che sua figlia non abbia uno smartphone sotto il libro e non passi le ore su Facebook a chattare con le amiche, visto che lo fa di continuo anche in classe. Mentre lei, signora cara, la informo che io insegno francese, non storia! E poiché oggi ho interrogato suo figlio sulla lettura, sui verbi, sulla traduzione di frasi improvvisate al momento, mi sembra un tantino strano che possa averle detto la lezione.»
Avrei voluto, ma non l’ho fatto limitandomi a essere diplomatica e invitandoli ad aggiornarci al prossimo colloquio. La cosa più brutta, mentre parli con dei genitori ostili, è vedere la fila di genitori altrettanto ostili che attendono di parlare con te, genitori poco raziocinanti che hanno dimenticato quanto i loro figli siano «adorabili piccole carogne» pronti a  raggirarli come vogliono. A differenza del passato, un insegnante deve misurare oggi ogni singolo evento che sia un’insufficienza, una nota o un rimprovero. In ciascuna di queste circostanze la sua prima preoccupazione dovrà essere poter dimostrare che il suo provvedimento o giudizio è motivato, perché nel 90% dei casi giungeranno genitori infuriati decisi a difendere a spada tratta i loro figli. Al termine degli incontri sono distrutta, completamente priva di forze. Quei colloqui di due ore e mezza mi atterrano più di un’intera mattinata con i loro figli. «Alcuni credono che il genio sia ereditario. Gli altri non hanno bambini» disse Marcel Achard, brillante scrittore e drammaturgo francese morto agli inizi degli anni Settanta, e credo che avesse ragione da vendere.

Ritratto di docente con gatto

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Sfinita, mi seggo sul divano. Lui è di fronte a me, mi fissa con le sue pupille verticali, quasi a voler carpire le mie intenzioni. Appena estraggo i pacchi di compiti dalla borsa, piega leggermente le zampette sul davanti, si dà un piccolo slancio e zac, con un balzo agile e deciso, è sulle mie ginocchia. I compiti da correggere hanno qualcosa d’ipnotico per Isterix, quel micio furbacchione e opportunista, sa che per due ore starò inchiodata al sofà e lui potrà concedersi un sonnellino tranquillo, intervallato da carezze e grattini. Immobilizzata dalla morbida rotondità di pelo, lo guardo acciambellarsi beato e felice, almeno lui! C’è una misteriosa intesa tra un docente e il suo gatto perché il micio, più di tutti, apprezza quei momenti d’immobilità forzata e ne gode con gioia. «Tu correggi pure i tuoi compiti ma non muoverti troppo e, che non ti venga in mente di alzarti!» sembra ammonirmi mentre si lecca la zampetta, poi si lascia andare al suo dolce riposino mentre a me non resta altro da fare che iniziare la correzione.

La borsa del prof

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Le sette meno venti! Fra cinque minuti devo essere fuori e c’è ancora lei: la borsa da fare! Faccio un profondo respiro. Sì, perché la borsa di un prof è come la borsa di Mary Poppins, vale a dire una borsa enorme piena di soluzioni per tutto (dal rotolo di carta igienica ai pacchetti di fazzoletti, senza dimenticare i cd in lingua e il tablet). Ricontrollo ancora una volta il contenuto, alla maniera un po’ ossessiva di come la sera ricontrollo più volte l’orario delle sveglie. L’agenda c’è! Il registro fuorilegge pure! I pacchi di compiti da correggere… beh, quelli sono sempre presenti! Dovrebbe esserci tutto! Così prendo la mia fidata borsa, che anche quest’oggi mi accompagnerà fino al pomeriggio, ed esco di casa portando con me tutto il mio mondo, oggetti indispensabili alla vita di un prof.

Mobilità 2017: possibili scenari

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“Pronto, hai sentito le ultime sulla mobilità?”
“Ciao collega ansiogena, sì sto seguendo”
“Ho qualche domanda da farti”
Ci risiamo! Quando Lorenza ha qualche domanda da fare significa che ha considerato tutte le variabili ed elaborato tutte le possibili associazioni che possono intervenire nella Mobilità 2017.
“Se ottengo una delle 5 scuole dove avrò la titolarità? E se ottengo l’ambito prescelto? Se la mia richiesta non dovesse essere soddisfatta cosa succederebbe? E se dovessero darmi la scuola scelta ma poi non la volessi più? Se il preside venisse a sapere che ho fatto domanda di mobilità?”
“Scusa, perché mai dovresti pentirti di una richiesta nel momento in cui te l’accolgono? Se fai domanda per una scuola precisa, è perché speri di lavorare lì! E poi, perché con tutte le preoccupazioni che abbiamo, dovremmo preoccuparci anche delle possibili ritorsioni da parte del Lato Oscuro? Quindi, Lory, concentriamoci sulla Forza!”
“Che vuoi dire?”
“Fai un profondo sospiro e proviamo a ricapitolare le novità positive di questo 2017. Innanzitutto nessuna mobilità forzata! La mobilità di quest’anno è volontaria tranne… e lì di colpo mi fermo”
“Tranne?” chiede lei.
Beh… tranne (ahimè! fa paura solo pensarlo) per i perdenti posto-soprannumerari.
[minuto di silenzio]
“Ma mi conviene fare domanda per tutte e 5 le scuole?”
“Sono 5 possibilità, ti conviene sfruttarle e, volendo, sembra che avrai a disposizione ancora 10 scelte tra ambiti, province e probabilmente regioni.”
“E se la domanda non dovesse essere accolta?”
“Resterai nella stessa scuola e non avrai perso niente. Avremo pazziato, come si dice a Napoli ma, almeno, avrai tentato la sorte.

 

Addio a Tullio De Mauro

(ANSA/TO)
È stato una colonna portante della linguistica italiana, attento alle dinamiche sociali e a una didattica di qualità nella scuola italiana. “Non riformatele: semmai date più soldi per comprare carta igienica” aveva affermato in un’intervista del 14 febbraio 2015 sulla FlippedClassroom parlando della scuola italiana.
Durante i miei anni del dottorato in linguistica, il nome di De Mauro echeggiava tra le aule della scuola dottorale, accompagnato da un senso di rispetto e autorevolezza che non ho più riscontrato per nessun altro linguista italiano. Poiché i riferimenti a lui erano costanti, un giorno un collega disse: “Come dice Zio Tullio…” In quello Zio era presente tutta la nostra ammirazione e stima in quanto padre, per molti di noi, della linguistica italiana. Addio Zio Tullio, grazie per l’enorme contributo che hai lasciato.

Compiti per le vacanze: l’eterno dilemma

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Penultimo giorno di scuola. Al mio «e adesso prendete il diario e facciamo l’assegno per le vacanze» si scatena l’inferno.
«Noooooo!» «Prof. ci rifiutiamo!» «Ma lo sa che nessun altro prof ha assegnato?» «Ma non ha letto l’articolo dell’illustrissima prof. Tal dei Tali che sconsiglia di assegnare per le vacanze?» «Prof. sentirà i miei genitori!» «Ma lo sa che va contro la Chiesa se assegna durante le feste di Natale?»
Impassibile li guardo lamentarsi in coro e detto l’assegno. Oppongono resistenza, i miei ribelli. Si rifiutano di prendere in mano la penna, di aprire il diario. Poi… il primo cede, così pure il secondo finché, borbottando e bofonchiando, cominciano a scrivere tutti. È fatta!
L’idea peggiore diffusasi nella scuola da un po’ di anni a questa parte è pensare che per gli alunni tutto sia difficile e complicato e, quindi, che tutto debba essere semplificato. Semplificati i programmi, semplificate le lezioni, semplificati i compiti a casa e in classe. Anzi, nei periodi di vacanze, questi sono caldamente sconsigliati perché è giusto che gli alunni riposino e si divertano, altrimenti perché si chiamerebbero vacanze?
Credo che a furia di trattare gli studenti come esseri incapaci, lo diventino davvero. Assegnare i compiti durante le vacanze non è solo un modo per mantenersi in allenamento e fissare le conoscenze ma è, soprattutto, una maniera per far comprendere agli studenti l’importanza di imparare a gestire il proprio tempo. Pianificare gli impegni e i doveri, anche in un periodo di vacanza, significa andare al di là della giornata ed essere coscienti che oltre ai diritti, ci sono dei doveri. E se lo studente, come a suo tempo ho fatto anch’io, si ridurrà all’ultimo giorno per svolgere i compiti e la mattina tornerà a scuola stanco per la nottata passata, pazienza, anche questo è un momento di crescita. Magari, come me, lo farà per tutti e cinque gli anni delle superiori, ma arriverà il giorno in cui la mente si metterà in azione su compiti poco gratificanti, senza aspettare che il senso dell’urgenza superi il piacere dell’ozio.