Ridere in classe

cab&muro definitivoIeri sera sono stata allo spettacolo del laboratorio di comicità Cab&Muro diretto dal talentuoso nonché esilarante autore Francesco Burzo. Un incontenibile Marco Cristi ha presentato le esplosive performance di Stefano De Clemente, Antonio Colursi, Gaetano Esposito e Nando Varriale con la partecipazione straordinaria di due big della mia adolescenza: Francesco Paolantoni e Antonio D’Ausilio. Per quasi due ore ho riso non pensando a nulla eppure, paradossalmente, quello spettacolo mi ha fatto pensare tanto. Mi ha fatto pensare ai miei studenti, ai docenti e alla scuola in generale. Tanti sono stati i temi affrontati con comicità che sotto sotto nascondono verità indiscutibili: la dipendenza dai social, l’inadeguatezza del linguaggio dei giovani verso gli adulti, il consumismo sfrenato.
Il valore dell’ironia e del comico nei ragazzi, inutile dirlo, è una chiave di relazione importante. L’umorismo, l’ironia e la comicità diventano, spesso, l’unico canale per comunicare ai ragazzi contenuti di grande interesse.
Iniziamo quindi con una domanda alla quale è necessario rispondere: Perché si ride? Ridere è un piacere, uno sfogo, un atto conviviale. A scuola, pertanto, si dovrebbe ridere e scherzare, di se stessi, dei compagni, degli insegnanti; ridere insieme aiuta ad affrontare la vita e a sopportare la realtà non sempre piacevole.
Lo so che cosa state pensando, ah… ridere a scuola, ma siamo impazziti? La scuola è quel luogo in cui s’impara e si ci forma per il proprio futuro; per ottenere questo è necessario rigore e serietà! Sono sicura che per molti di noi questo pensiero affiora alla mente in modo automatico, conseguenza di un retaggio di esperienze vissute durante la propria scolarità. Proprio per questa ragione è necessario che il corpo docenti riceva un minimo d’informazione su cosa succede o può succedere quando ci si approccia all’altro in modo comico. Fosse per me, istituirei dei veri e propri laboratori di comicità per docenti e inserirei tra le uscite didattiche spettacoli come quello di ieri sera.
Ironizzare sul proprio aspetto e sui propri comportamenti e imparare a ridere di sé è un’ottima arma per dimostrare di essere una persona leggera, allegra, che non prende i propri difetti eccessivamente sul serio e per sdrammatizzare. E che se ne dica anche agli insegnanti piace ridere, divertirsi, essere allegri e leggeri. Quando s’incontra uno studente con quella giusta dose d’intelligenza che sa cogliere l’occasione per rinviare una battuta acuta, allora anche l’insegnante più ostico si scioglie in un sorriso. Certo, non parlo del buffone della classe, quello che fa battute sciocche ogni due e tre, ma di quello spirito arguto in cui si ha la fortuna d’incappare di tanto in tanto e che aggiunge un pizzico d’ilarità alla monotona vita di classe di tutti i giorni. Gli insegnanti poi sono avidi di situazioni spassose e amano raccontarsele tra loro nell’ora di spacco, mentre sorseggiano un caffè con i colleghi. È il nostro piccolo lusso, la boccata d’ossigeno che ci concediamo prima di ritornare nell’arena. All’interno della scuola c’è sempre lo spazio per un atteggiamento intelligente al ridere e si possono creare occasioni di comicità senza sprofondare nel ridicolo o nello scherno imparando a ridere con gli altri (e non degli altri altrimenti si cade nella derisione e sappiamo tutti quanto possa fare male).
Tra i miei studenti ce n’era uno con queste caratteristiche, un simpaticone che è diventato ben presto il mio preferito (alla faccia dell’imparzialità, io non ne ho, almeno per quanto riguarda la simpatia!) Non si è sbilanciato da subito, no, ha studiato prima il mio comportamento. Il giorno in cui ho distribuito i compiti corretti, nel restituirmi il suo elaborato ha dichiarato: Prufessore’ me parite ‘o leone ddà Peugeot!
Stupita gli ho chiesto il perché.
– Pecchè tenite ne manella tirata tirata! ha esclamato imitando la zampa del marchio francese.
Dapprima interdetta, sono scoppiata in una risata, non potevo contenermi. Io, insegnante di francese, paragonata al leone di una nota marca di automobili francesi per la mia tirchieria di voti. Questo ragazzo è un genio! ho pensato. E difatti non si è smentito, al secondo quattro ha esclamato’: Prufessore’ site pejjo e ‘na fresella! Almeno chella aropp nu poco se spogna… vuje niente!
Quella mattina ho riso di cuore e una sorta di buon umore mi ha accompagnato per tutto il giorno… del resto «la più perduta di tutte le giornate è » come ha affermato Nicolas de Chamfort «quella in cui non si è riso.»

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La vera storia di Babbo Natale: un successo firmato Coca-Cola

santa-claus-768x632Natale senza Babbo Natale non è affatto Natale! Babbo Natale è difatti diventato la figura ufficiale che rappresenta il Natale, il dispensatore di doni, la personificazione di questi giorni di feste: generoso, onnipotente e soprattutto onnipresente. Incarnazione laica del Natale, questo omaccione con la barba bianca, vestito di rosso, che sia un vescovo o un papa all’origine, sembra aver spodestato un altro Dio, quello cattolico legato indissolubilmente alla figura di Gesù Bambino. E ha avuto la meglio anche su un’altra concorrente, la Befana, personaggio indiscusso dell’infanzia di molti, destinato oggigiorno quasi all’oblio e associato ormai esclusivamente a cioccolatini e caramelle. Com’è possibile che questa figura mitica sia cresciuta a tal punto? si chiedono Alfio e Michele Maggiolini in La vera storia di Babbo Natale, libro che ripercorre in maniera approfondita tutta la storia di Babbo Natale dalla sua nascita nel 1822 fino ad oggi. In realtà, come spiegano i due autori, Babbo Natale non solo ha una data e un luogo di nascita, ma una lunga storia, che si sviluppa da circa duecento anni, un tempo sicuramente considerevole, ma ancora breve se rapportato alla lunga storia del Natale. Nel libro gli autori si interrogano anche sul significato odierno della festa, perché Babbo Natale ne rappresenta l’essenza, l’icona onnipresente dello shopping natalizio. Partendo dalla storia del Sole celebrato proprio nei giorni in cui sembra fermarsi e morire, vale a dire il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno in cui si ha il minimo delle ore di luce e il tempo pare arrestarsi, proseguono con i Saturnali, una festa in onore di Saturno, dio dell’agricoltura che inizia il 17 dicembre e culmina il 25, giorno della nascita del sole invitto, Dies natalis Solis invicti. Il Natale romano era una festa degli eccessi, si sa. I Romani amavano restare svegli tutta la notte per salutare le prime luci dell’alba. La Chiesa, pertanto, ha cercato di contrastare questa dimensione trasgressiva del Natale investendola di un’aurea di sacralità, di nuova nascita e famiglia. In verità la Chiesa ha iniziato a celebrare la nascita di Gesù solo a partire dal IV secolo, tra il 325 e il 354, dopo il Concilio di Nicea fortemente voluto da Costantino. Se torniamo a Babbo Natale in Italia, Père Noël in Francia, Santa Claus negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, Santa Claus altro non è che una storpiatura del nome olandese Sinter Klaas, derivato da San Nicola.
L’esistenza storica di Babbo Natale è facilmente rintracciabile e la sua provenienza non sarebbe il lontano Polo Nord bensì gli Stati Uniti. Come ci raccontano Alfio e Michele Maggiolini, il padre di Babbo Natale sarebbe il pastore luterano Clement Clark Moore, professore di teologia e letteratura greca, che avrebbe scritto un breve racconto A Visit from Saint Nicholas dove appare per la prima volta la figura di questo vecchietto che, su una piccola slitta trainata da renne, porta regali ai bambini. La diffusione su scala mondiale della figura di Babbo Natale, però, non è da attribuirsi alla letteratura ma a una bibita americana per eccellenza: la Coca-Cola. A partire dagli anni venti, infatti, la figura di Santa Claus è adottata dalla Coca-Cola come immagine pubblicitaria per la bevanda. Il grafico Haddon Sundblom, al quale fu affidata la campagna pubblicitaria nel 1931, ebbe la geniale idea di raffigurare dei bambini mentre portavano la Coca-Cola a Santa Claus. Il successo fu sorprendente e il Babbo Natale paffuto disegnato da Sundblom con la barba e i capelli bianchi, il cappello e il vestito rosso, è diventato il Babbo Natale che tutti conosciamo oggi, incarnazione laica del Natale, dispensatore di doni, icona indiscussa dello shopping natalizio.

 

 

L’arte della guerra 1 – la fotocopiatrice

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Sveglia all’alba. Con gesto rapido e sicuro scosto il piumone scaraventando Isterix giù dal letto! Deve odiarmi ogni giorno di più, il povero micio, ne sono consapevole, non è facile essere il gatto di un docente ma questa mattina è questione di vita o di morte… e di certo non sarà la mia! Ingurgito un caffè di fretta e furia, esco di casa correndo e prendo la metro al volo. Arrivo a scuola che il portiere ha appena aperto il cancello. Per una volta lo saluto con la complicità di chi sa cosa significa svegliarsi così presto, prima ancora che gli altri arrivino, e mi avvio fischiettando nello stanzino delle fotocopie quando… non credo ai miei occhi: la perfida Albione è lì, davanti alla fotocopiatrice!
– Mangiatrice di bifteck, com’è possibile che tu sia già qui? Dormi nello sgabuzzino solo per farmi un dispetto quando ho il compito alla prima ora? penso mentre lei mi dedica un ghigno malefico, quasi avesse indovinato i miei pensieri.
Cerco di restare calma ma intanto lei, con una flemma unica e inaudita, gira una pagina lentamente, la fotocopia, ne cerca un’altra.
– Mi spiace ma ne ho ancora per un bel po’, non manca di informarmi Maleficent.
– Non preoccuparti so aspettare, vado a prendermi un caffè, e nell’uscire non manco a mia volta di inciampare nel filo della fotocopiatrice tirandolo via dalla presa.

Diario di un gatto di una docente

 

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Grazie a Valeria Pas e a alla micia Sissi

“È deciso! Nella mia prossima vita, a conti fatti me ne restano ancora 6, non sarò mai più il gatto di una nevrotica docente!”
Questo deve aver pensato Isterix quando stamattina mi sono svegliata di scatto alle 6.20 buttandolo giù dal letto per poi realizzare che oggi è domenica.
Non bastano le due sveglie regolate alle 6.20 e alle 6.25 durante la settimana, neanche la domenica il povero micio può sonnecchiare tranquillo. Se a questo aggiungiamo che oggi è la Giornata Internazionale del Gatto, allora c’è di che sentirsi in colpa sul serio.
Non è difficile immaginare la sua reazione: “Stupida umana, è domenica 17 febbraio, che cavolo ti svegli di soprassalto alle 6.20 del mattino rischiando di farmi venire un infarto? Non ce la faccio più con te! E vogliamo parlare di quando stai con la tua faccia rimbecillita davanti al registro elettronico o ad Istanze on line? Oppure quando sei lì buttata sul divano a correggere pile di compiti senza badare minimamente a me? Non ti caccio di casa solo perché mi servi i croccantini e mi pulisci la lettiera ma la mia pazienza ha un limite! Tienilo a mente nevrotica umana ossessiva compulsiva!

 

Il “Bullet Journal” del docente

The Bullet Journal

Ci siamo quasi, sta per cominciare il 2019 e, a differenza degli altri anni, ho un solo buono proposito: essere più organizzata!
Dopo l’ondata dei «To do list» e la normale agenda del Prof che si è rivelata decisamente ingombrante, sono pronta a lasciarmi travolgere dal «Bullet Journal» per organizzare la mia vita personale e professionale e smetterla, una volta per tutte, di procrastinare.
Come ogni docente passo le mie giornate tra scuola e casa. A scuola ho tutto organizzato e scandito dal suono della campanella: vado da una classe all’altra e so esattamente cosa fare: quale argomento spiegare e chi interrogare. Nel varcare la soglia di casa, però, tutto cambia.

Diciamoci la verità, quando non c’è un interlocutore dall’altra parte, un dirigente che ti controlla e una campanella che scandisce il tempo, devi sostenerti solo e soltanto con la forza di volontà e questa, sembra non essere mai abbastanza. Il lavoro dell’insegnante, che ne dica la gente, continua a casa, anzi è lì che bisogna organizzarsi in modo ancora più produttivo. Potremo anche lavorare in pigiama e pantofole, ma se non c’è disciplina e organizzazione, le scartoffie da riempire e i compiti da correggere restano sulla scrivania.

Ecco perché ho deciso di sperimentare il Bullet Journal, un’agenda personalizzata che mette in primo piano i progetti e gli impegni personali per aiutarmi (si spera!) a essere più disciplinata nel trovare il tempo per realizzarli.
Lo scopo è quello di migliorare il proprio quotidiano perciò, se avete idee per realizzare il Bullet Journal del docente lasciate un commento e magari, per il prossimo anno, riusciremo a crearne uno tutti insieme.

BUON 2019 A TUTTI

Regali di un prof ossia passione morbosa per la cartolibreria

Regali natali prof

Dicembre è stato un mese intenso tra scrutini di fine trimestre, dipartimenti, incontri scuola-famiglia, settimana dello studente e così, in men che non si dica, mi ritrovo al 24 dicembre che devo ancora fare i regali. Potrebbe sembrare questa la tragedia, ma non lo è. La vera tragedia è che la mia professione condiziona anche le scelte dei regali di Natale: penne stilografiche, libri, libri e ancora libri, magnifici set di evidenziatori e di post-it di cui penso non possano fare a meno tutti quelli che mi circondano. Naturalmente mi sbaglio! Non so se sia una cosa comune a tutti i docenti, ma la cartolibreria è la mia fissa, la mia passione morbosa. Non sono attratta dai gioielli, dall’abbigliamento o da borse griffate. Lasciatemi in mezzo a matite, pennarelli, evidenziatori e scordatevi di me, potrei passarci ore e spendere tutto ciò che ho nel portafoglio. Come un bambino in un negozio di giocattoli, giro tra gli scaffali toccando con godimento tutto ciò che vedo. Il solo regalo creativo: una ciotola personalizzata per il mio Isterix con la scritta “I CAN’T KEEP CALM, I’M A TEACHER’S CAT!”

La punta dell’iceberg

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Alle 14.20 arrivo alla metro. Sono stanca, affamata, ho i capelli in disordine, il kajal sciolto intorno agli occhi e lo zaino pieno di libri e compiti da correggere. Assomiglio a un panda un po’ ingobbito ma a differenza del simpatico mammifero asiatico non faccio tenerezza, o forse sì, perché un trentenne si alza dalla panchina cedendomi il posto.
– Prego signora!
“Signora lo dici al soggetto di sesso femminile con cui hai in comune i genitori, ossia a tua sorella” penso e invece gli sorrido, lo ringrazio gentilmente e, calcolando che sono stanca, che la metro passerà se sono fortunata tra quindici minuti, che lo zaino pesa tanto e che forse è il caso che cominci a utilizzare una crema antirughe, mi accomodo accanto a una signora (una vera) e a un giovane che ascolta dell’heavy metal.
– Si spaccherà i timpani, osserva la signora indicando il giovane che indossa le cuffie.
– Contento lui, rispondo. Per oggi ho avuto la mia buona dose di adolescenti ribelli che si credono già adulti.
– Che lavoro fa? chiede la signora.
– Il panda, rispondo ma poiché non coglie l’ironia, aggiungo: “l’insegnante”.
– Ah! Beata lei che lavora solo 18 ore a settimana e ha tre mesi di vacanze!
– Ah! E se è per questo, lunedì sono pure rimasta a casa per l’allerta meteo!
– Infatti! risponde ringalluzzita la signora. Nipoteme non è andata a scuola e ‘a mamma, lei sì ca fatica, l’’a purtata ‘a casa mia. Meno male che è durata sule ‘na iurnat. ‘A fatt a fine re tracc!
– Pensi signora, che di ragazzi come ‘a nipote vost ne abbiamo 27, 28, a volte 30 in una sola aula. Un anno, quando lavoravo in un altro liceo, ne avevo addirittura 37! Facciamo lezione e allo stesso tempo vigiliamo su tutti perché, se succede qualcosa, simm pur l’urdeme lampione ‘e Foregrotta, ma siamo responsabili dei vostri ragazzi. È mai andata a scuola di sua nipote? Conosce le condizioni in cui versano gli edifici scolastici italiani? Diciamo pure ca s’arrecuerden ê tiempe de ‘e Burbune. Infine signora cara, finanche il mio salumiere e cito lui perché è una persona pratica e non ha nulla a che vedere con la scuola, sa che le ore di lezione sono 18 ma che a queste bisogna aggiungere consigli, collegi, correzioni, preparazioni, alternanza ecc. ecc. e che tra esami di stato, esami di riparazione, riunioni e collegi docenti, le ferie si concentrano per lo più dal 20 luglio al 31 agosto. Mi scusi signora, di solito rinuncio a rispondere a chi, come lei, vede solo la punta dell’iceberg del mio lavoro e non si accorge di quello che c’è sott’acqua, ma oggi proprio non ce la faccio. Oh! Ecco la metro! Iùstu iùstu!